01/12/2017 PAURA

//01/12/2017 PAURA

01/12/2017 PAURA

TMBC/III ed (76)
Secondo giorno (II parte)

Trascorse altre due ore arriviamo al punto sosta pianificato. Luogo dove sento il dovere di fermarmi, perché proprio presso questo albergo ho ricevuto ospitalità e concreta assistenza durante la prima edizione, quando giunsi proprio qui, dopo sei ore di marcia sotto acqua e grandine battente con i partecipanti ridotti allo stremo. Mentre entro nell’atrio mi si fa incontro il proprietario, felice di rivedermi. Si attiva subito per trovare una soluzione atta al ricovero dei cavalli, oltre a fornire al gruppo una gradevole pausa di ristoro.
Chiacchieriamo un po’, percepisco la sua curiosità mista a delusione per non avermi visto transitare qui un anno fa. Poi divaghiamo sul tour, gli racconto delle due precedenti edizioni, delle difficoltà e dei timori vissuti in pari circostanze, fatiche comunque coronate da successi. Ragioniamo sul nostro Massiccio al quale ci affacciamo quotidianamente da differenti versanti, comunque collegati tra loro da un filo secolare fatto di percorsi fisici e culturali che sovente si sono intrecciati. Mi incoraggia a non desistere, a proseguire in questo progetto di accessibilità alla montagna con i cavalli, prezioso contributo all’economia locale. Vivo questo dialogo come un bel momento di speranza condivisa, che lascio sfumare, evitando di toccare vicende legate al versante valdostano che mi hanno mortificato.

Mentre pranziamo sento un fastidioso peso che dallo stomaco si dilata nel petto. Sono irrequieto, faccio fatica a deglutire il poco cibo che mi porto alla bocca, e l’allegria che traversa la comitiva mi infastidisce.
Unico mio desiderio è partire al più presto, arrivare in fretta a quel passaggio che mi preoccupa, a sola mezz’ora da qui, per superarlo e togliermelo definitivamente da sotto i piedi. Come sovente accade in questi frangenti vivo il senso di responsabilità nei confronti di umani ed equini, ma un nuovo sentimento si è incuneato nella coscienza: il timore di non farcela. Mi angustia l’infortunio possibile e imponderabile, un insidioso predatore sempre in agguato e pronto a colpire quando meno te lo aspetti. Stato d’animo anche frutto di riflessioni che da un po’ abitano la mente, pensieri sul senso del mio lavoro, delle motivazioni che mi spingono ad assumere siffatti rischi su itinerari di questo tipo, quando forse sarebbe più sensato ridurre impegno e azzardi tramite tracciati meno spettacolari ma più facili, tra l’altro alla portata di uno spettro di utenti più ampio. Ma questo è quello che la gente desidera, si rivolge a me per vivere la “grande impresa”, sovente senza adeguata preparazione. Mi rendo conto che, per il momento, sono tra i pochi a poter offrire questa opportunità, forse l’unico. Alcuni “colleghi” hanno provato a imitarmi, a calcare le mie orme, ma i risultati sono stati scarsi, in alcuni casi purtroppo infausti, frutto di presunzione e improvvisazione, elementi inadatti e inopportuni a contesti come questi.

Quasi a digiuno riprendo la conduzione dei binomi, saluto affabilmente il titolare della struttura che ci ha accolto, uomo sensibile e della montagna, a cui sicuramente non sono sfuggiti i miei turbamenti. Mi si avvicina, mi strige la mano con vigore e, nell’augurarmi buon viaggio, mi dice che mi aspetta per la prossima edizione e che “certamente ci vedremo l’anno a venire”. Nel distaccarmi abbozzo un discreto sorriso e, senza nulla aggiungere, mi dirigo con passo celere verso l’incertezza.
Avanziamo silenziosi, circondati dalla selvaggia natura alpestre, sino a una piccola radura dalla quale prende corpo un modesto ponticello in legno che introduce all’atteso passaggio attrezzato. E’ giunto il momento di fare piede a terra; ora tocca a me condurre i cavalli, uno alla volta, oltre la difficoltà. Una traversata che approda al limite di un bosco di vecchi larici, alcuni secolari, dal quale trasuda una intensa penombra.
Mi occupo personalmente della gestione dei cavalli di Misa e Lucia, mentre Giorgio procederà autonomamente, per secondo, occupandosi di badare ai nostri due cavalli mentre eseguirò l’operazione. Tutto procede nel migliore dei modi, i quadrupedi, anche in questa circostanza, hanno espresso doti di accondiscendente e serena collaborazione. Sono loro i veri artefici che permettono il superamento di ogni difficoltà, rassicurando magicamente le persone che li sormontano.
Immersi nella semioscurità, prodotta dalla fitta vegetazione, procediamo nel nostro avanzare su una carrareccia di facile percorrenza, condizione che consente rilassamento e deflusso della tensione da poco vissuta. Un ambiente ovattato, dai tratti misteriosi e carico di spiritualità, che favorisce l’immersione nella profondità dell’io.
Contagiato da siffatta atmosfera divago tra i meandri della memoria. Mi lascio catturare dalle mie contrastanti emozioni e, tra queste, l’angustia prodotta dal tarlo che, perfido, lavora da stamane nella mente, con incessante insistenza, instillando dubbi sulla partecipazione di Misa all’impegnativa e insidiosa ascensione, di seicento metri, stabilita domani. E pure Lucia mi procura qualche preoccupazione. In quel sito, nei tratti dove il sentiero è contenuto tra severe pareti rocciose non è possibile arretrare, si può solo avanzare, soprattutto a salvaguardia dell’incolumità dei cavalli, e l’intervento di terzi è impresa ardua causa l’esiguità dello spazio disponibile.
Se una delle due, per ragioni fisiche o emotive, in una di queste situazioni si “piantasse”? Mi troverei in una condizione complicata e dall’esito incerto.
Mi volto ripetutamente, le osservo discretamente e, nonostante in questo momento, sul dorso dei loro cavalli, mi sembrino serene e attive, ho certezza che domani sarà diverso, perché gran parte della scalata sarà affrontata a piedi e ho dei dubbi sulla loro resistenza fisica.

Col passare del tempo l’incertezza si trasforma ansia, mi sento dilaniato, fino a quando, animato da onestà con me stesso, comprendo che quanto sto provando non è semplice timore, ma si tratta di ben altro sentimento, già provato alcune volte nel corso della vita e sovente negato: si tratta di paura, frutto di plurime cause e dalle molteplici sfaccettature che le sono proprie.
Paura di non essere accettato dal prossimo, di sentirmi inadeguato alle prove che la vita mi sottopone, incapace di raggiungere gli obiettivi prefissati, difficoltà a rispettare gli impegni assunti… In sintesi, paura del fallimento. Dimensione che ho affrontato nel corso della vita, che mi ha prostrato, passaggio forse indispensabile per fortificarmi e raggiungere i tanti successi ottenuti, effimeri eventi che in parte hanno lenito la condizione di umiliante frustrazione.
Ponderazioni che mi spingono ad affacciarmi agli orizzonti del passato, su cupi panorami sovrastati da un cielo disordinato, una calotta buia e impenetrabile che sospinge verso il basso folate di vento cariche di miasmi di ogni natura, esalazioni che mal sopporto e mi ripugnano. Tensioni interiori favorite dalla penombra boschiva che mi avviluppa, sensazioni dalle quali vorrei fuggire, ancora una volta, ma mi rendo conto che devo affrontarle con realismo per poter fare un fondamentale passo avanti, con e per me stesso. E, in fin dei conti, la fuga non è mai stata mia prerogativa.
Poi, a qualche centinaia di metri, al termine della carrata che sto percorrendo scorgo la fine del bosco, intravedo la luce che, a poco a poco, si incunea nella semioscurità facendola sfumare gradualmente. Allora mi distacco dal profondo del mio essere, effettuo una giravolta di centottanta gradi e mi oriento al futuro. I fetori lasciano spazio ai delicati profumi dell’alpe che giungono alle mie narici sospinti da una lieve brezza, paesaggi contenuti tra i dolci declivi e la delicata volta celesta.
Visioni che mi acquietano, almeno per il momento.

(76 – continua)

By | 2018-05-06T16:57:47+00:00 dicembre 1st, 2017|2017|0 Comments