05/12/2017 AMBIENTE FETIDO

//05/12/2017 AMBIENTE FETIDO

05/12/2017 AMBIENTE FETIDO


TMBC/III ed (78)
Terzo giorno (I parte)

Il van, nel piazzale e con la rampa abbassata, è pronto ad accogliere Eminent che non sarà dei nostri nella prima parte del percorso odierno. Ho deciso, per oggi, di cambiare quadrupede, perché Kid, affettuosamente definito il “muletto”, a differenza di Eminent che è una purosangue nevrile e dall’ampia falcata, ha caratteristiche più idonee alle condizioni a cui andiamo incontro, è piccolo e versatile, ha il passo più corto, quindi più lento, una scelta motivata dal fatto che l’ascensione che affronteremo più tardi sarà percorsa con molta calma, potranno verificarsi soste a più riprese e impreviste, quindi un equino a “sangue freddo” offre maggiori garanzie
Montiamo a cavallo, salutiamo Carlo e Misa: quest’ultima ostenta moti di allegria, senza però riuscire a mascherare appieno il suo triste stato d’animo. Nella prossima ora affronteremo un tracciato facile, privo di insidie, che si sviluppa su strade bianche e carrate dai lievi declivi. Lambiremo paesaggi dalla fisionomia che la Svizzera ha veicolato come immagine di sé da immemore tempo, una natura composta dell’alpe, dolce e ordinata.

Nell’avanzare lento, quasi con inerzia, ho la possibilità di astrarmi dal compito di guida, lasciare che la mente si liberi dalle zavorre razionali e possa lievitare leggera. Il primo pensiero è per Misa, al suo sguardo melanconico e rassegnato col quale ci ha da poco salutato; una parvenza che mi procura un po’ di tristezza, sentimento comunque privo di sensi di colpa, perché la scelta fatta è stata a lungo ponderata e, anche in questo frangente, ritengo giusta.
Ripesco nella memoria il nostro primo incontro, alla prima prova a cavallo, allo stupore che mi procurò la sua posizione in sella, postura per me inconfondibile e dai rimandi a un sistema di equitazione che ho sempre abbracciato, infatti, da giovane, ricevette le prime lezioni da un sottufficiale dell’arma di cavalleria. Tra noi nacque subito un flusso magnetico, una comunicazione fluida, fatta di semplici gesti che col passare del tempo si ridussero in maniera minimale. E quelle parole che lei non poteva udire divennero gradualmente inutili accessori nel nostro intenso rapporto, come pure accadde, a volte, per quelle decodificate tramite la lettura del labiale.
Mentre divago tra i ricordi la riflessione scivola sul tema della disabilità. Rammento le molte relazioni che ho vissuto in questo ambito, dove sono sempre stato schietto, diretto e onesto nei confronti delle situazioni che man mano mi si presentavano. Ho costantemente evitato di mascherare i limiti oggettivi di coloro con cui, di volta in volta, mi trovavo a interagire. E’ il mio modo di essere, una modalità che investe anche i cosiddetti normodotati, che ritengo il fondamento di quel processo di integrazione a cui protendo.
Integrazione, un termine oggi in voga e sovente abusato, utilizzato in maniera strumentale da chi ha fatto della disabilità un commercio, avviando percorsi illusori sull’acquisizione di capacità che si rivelano, più delle volte, delle chimere, in particolar modo nell’ambito sportivo. Un discorso sul quale sono intransigente e che mi ha procurato non poche inimicizie.
Mi è capitato di lavorare in molte circostanze con portatori di handicap, l’ho fatto sin da ragazzo, e continuo tutt’ora quando mi si presenta l’opportunità. Sì, la chiamo proprio opportunità, perché vivo questi incontri come momenti arricchenti e di crescita personale, esattamente come accade in qualsiasi relazione che affronto nella mia professione, o in senso più ampio nella vita. E lo faccio nel silenzio, senza ostentare chissà quale primato, forse perché nella mia famiglia materna ho affrontato sin dalla nascita questa dimensione: mio nonno era privo di un arto inferiore perso durante il primo conflitto mondiale, mentre mio zio, causa un incidente sul lavoro, giovanissimo è diventato paraplegico.
Questi pensieri mi conducono a un episodio vissuto recentemente, fatto che anche in questo istante mi procura incontenibili moti d’insofferenza. E’ accaduto questa primavera, quando sono stato coinvolto nell’organizzazione di un importante evento orientato all’avvicinamento multidisciplinare allo sport, nel mio caso all’equitazione. Durante la discussione sugli aspetti logistici e organizzativi delle varie discipline sento levarsi una voce femminile, a me ben nota, che invita i presenti “a non scordarsi degli handicappati, perché ora più che mai l’handicappato tira… e ci sono parecchi fondi dedicati”.
Ricordo come fosse ora l’incredulità iniziale che provai, alla quale si sostituirono in maniera quasi simultanea pulsioni di rabbia di difficile controllo. Provai infinito disgusto per questa donna che si piccava di essere una sorta di Giovanna d’Arco delle attività sportive “riservate” ai disabili. Strinsi i pugni nascosti sotto il tavolo fino a sentire dolore fisco. Smarrito, con la voglia di fuggire lontano, riuscii a dileguarmi con la più classica delle banali scuse, ossia che avevo ricevuto un messaggio sul cellulare e che mi sarei dovuto assentare per qualche istante. Raccolsi le mie poche cose e me ne andai senza indugio da questo ambiente fetido e insopportabile. Salii in auto e vagai per un po’ senza meta, sino a giungere a una vicina riserva ambientale, e lì passeggiai per un po’ tra un paio di graziosi laghetti. Avevo bisogno di aria pulita e, in qualche modo, la ottenni nella quiete dell’ameno luogo, ritrovando parte di me stesso.
Poi la mente mi riporta al presente, penso nuovamente a Misa, al fatto che se comunicassi agli organi di informazione che una “sordomuta” ha preso parte a molte imprese con equini in alta quota, ora impegnata a percorrere il Tour del Monte Bianco a cavallo, creerebbe forte attenzione mediatica con conseguenti ricadute in termini di visibilità sulla mia professione. No, non lo farò mai! Lascio ad altri creare fenomeni da baraccone del genere, attività nelle quali brillano e che producono loro buon profitto economico in via diretta e indiretta.
Continuerò a lavorare con discrezione, nel silenzio, perché me lo impone la mia coscienza. Forse un giorno ne parlerò, con l’intento di trasmettere la ricchezza di queste esperienze e, magari, per togliermi qualche sassolino dalle scarpe.

La lunga rielaborazione volge al termine, mi fa sentire in pace con Misa e innanzitutto con me stesso. E mentre sento un mormorio di acque agitate, so che siamo vicini al torrente da guadare, superato il quale troveremo il sentiero di attacco a La Bovine.

(78 – continua)

Foto di Eleonora Greco

By | 2018-05-06T17:00:43+00:00 dicembre 5th, 2017|2017|0 Comments