22/12/2017 EMPATIA

//22/12/2017 EMPATIA

22/12/2017 EMPATIA

Terzo giorno (II parte)

Traversato il corso d’acqua ci addentriamo in un paesaggio lunare, composto in prevalenza da mammelloni di sasso, alcuni di dimensioni ragguardevoli. La traccia del sentiero non è definita, obbligandoci a zizzagare tra le varie asperità, a libera interpretazione del percorso più opportuno. Condizione che mi procura sensazioni di libertà, dove l’assenza di costrizione lascia spazio alla creatività, mia e dei cavalli, coi quali, a turno e per le nostre peculiarità, decidiamo i passaggi più opportuni e, perché no, gratificanti. Questo tratto “fuoripista” d’incanto fa evaporare le preoccupazioni sino a quel momento accumulate, procurandomi moti di entusiasmo.
Ci siamo. Il primo gradone è proprio lì, di fronte, preludio all’impervia ascensione che dobbiamo intraprendere. E’ giunto il momento di smontare e predisporci per la conduzione degli equini a mano.
Siamo in tre: io davanti per ovvie ragioni, alle mie spalle Lucia e, infine, Giorgio che ha già affrontato questo tracciato, elemento di garanzia. Ci siamo disposti come se io dovessi “tirare” e Giorgio “spingere”.
Attacco lentamente, focalizzo la mia attenzione su Lucia, vigile a cogliere le sue più recondite sensazioni che possono trapelare da impercettibili gesti o qualsivoglia espressione.
Mi sono imposto di non avere fretta, di adeguare il passo a chi lo ha più breve, accantonando la modalità organizzativa che prediligo, quella di definire la tabella di marcia in maniera scrupolosa, cercando di pianificare anche gli imprevisti possibili e conseguenti soluzioni alternative. Tempistica da rispettare a ogni costo. Sono consapevole che il successo della traversata in corso non è scontato, motivo per il quale ho evitato di programmare a priori il punto tappa serale. Deciderò a mezzodì, in considerazione alla piega che prenderanno gli eventi.
Oggi si viaggia all’insegna dell’imprevedibilità!

Il nostro avanzare, pigro ma costante, interrotto da brevi pause atte al recupero di fiato e vigore, in particolare per Lucia, procede senza intoppi. Superiamo gradoni e tratti esposti, traversi dove possono partire scariche di pietre, anfratti poco ospitali dove i cavalli brillano per abilità e maestria. Poi, superato metà del tragitto, oltrepassiamo il primo cancello, successivamente il secondo, quello più infido, nei cui pressi la sosta è preclusa, presupposto che comporta l’organizzazione di stazionamenti distanti dal passaggio in questione, implicando salite e discese da parte del primo e ultimo della sezione.
Mano a mano che la scalata procede la mia attenzione si concentra con progressiva insistenza su Lucia, proteso a recepire i suoi stati d’animo, compresi quelli più celati. I nostri sguardi si incrociano sovente, siamo legati da un impalpabile filo che collega le nostre menti, attraverso il quale vorrei cederle parte della mia forza fisica. E Giorgio, che vedo per brevi momenti, lo sento partecipe in questo sostegno all’anello delicato di questa ideale cordata che avanza unita, dove i componenti tacitamente si sostengono a vicenda, ognuno nel proprio ruolo.
Quasi in cima percepisco che l’energia di Lucia è ormai agli sgoccioli, il passo si fa sempre più pesante e, da un po’, la luminosità dei suoi occhi si sta gradualmente affievolendo. Una resa, qui, comporterebbe la gestione di una situazione complicata, coi cavalli in sosta su lastre di roccia inclinate, dove l’assenza di movimento ne può minare equilibrio e incolumità.
Osservo Lucia con discrezione, provo moti di ammirazione per la sua caparbia volontà. Se potessi me la caricherei fisicamente sulle spalle, per portarla sino a quello slargo appena sopra noi, al quale manca poco, dove pendenza e fondo si fanno meno aspri e lei potrebbe rimontare.
In questa situazione incoraggiarla servirebbe ben poco, potrebbe avere l’effetto di acutizzare ulteriormente il suo stato di difficoltà rendendone più manifesta la consapevolezza, evento che sortirebbe l’effetto opposto a quanto desiderato.
Traversato dall’impotenza, mosso da sensibilità irrazionale, o forse dal vissuto esperienziale in situazioni analoghe, richiamo l’attenzione di Lucia offrendogli il residuo appiglio a una meta possibile: “Lo vedi quel larice? Lì rimonteremo!”
Poche parole istintive, per certi versi insignificanti, che sortiscono un insperato effetto. Lei abbozza un sorriso, il volto si distende, e le pupille emanano nuova luce. In breve ci troviamo all’approdo desiderato, dove sostiamo, e i nostri occhi si incrociano nuovamente, a più riprese, facendo fluire intense emozioni.

Mentre il mio sguardo si sofferma a lungo su innumerevoli vette che si perdono nell’infinito, rivisito le ultime due ore di marcia. Tra le tante considerazioni mi procura stupore, pure questa volta, la fiducia cieca che i partecipanti ripongono in me nelle situazioni di difficoltà: si affidano passivamente, simbolicamente abbandonandosi tra le mie braccia, per essere condotti oltre i limiti coi quali si stanno confrontando, ostacoli per loro divenuti insormontabili e di cui prendono coscienza. Stato che favorisce interazioni molto intense, emozioni profonde che risuonano tra guida e praticante, in quella comunanza psicologica che genera forte empatia.
Mentre elaboro avverto la necessità di astrarmi, operare il distacco emotivo, perché devo preservare le mie energie mentali necessarie al prosieguo del cammino, non privo di difficoltà. Ma la gratitudine ricevuta, giunta nitida tramite quel filo immateriale che mi ha legato a Lucia sino a poc’anzi, mi procura intima serenità. (T.B.)

By | 2018-05-06T16:59:30+00:00 dicembre 22nd, 2017|2017|0 Comments