31/12/2015 CLOCHARD

//31/12/2015 CLOCHARD

31/12/2015 CLOCHARD

Clochard

Vigilia di Natale a Milano: città dove ho vissuto dalla fanciullezza alla prima gioventù. Mi addentro in luoghi che mi rimandano immagini ormai lontane, esploro siti mutati dove intravedo comunque segni a me noti, ben fissi nella memoria, tracce scampate all’oblio del tempo e all’avanzare del progresso, come vetusti selciati, inconfondibili bastioni, alzaie e lavatoi, palazzi liberty, basiliche e cattedrali, inconfondibili guglie dove, dalla più alta, svetta quella caratteristica statua dorata…

Poi salgo su un tram, un vecchio tram sopravvissuto all’inevitabile evoluzione dei tempi, che lentamente mi riporta al punto di partenza. I miei occhi si nutrono di scorci immutati, altri sconosciuti, fino a quando si affaccia alla porta del mezzo pubblico un clochard che ostenta provocatoriamente una sigaretta accesa, e si siede nel fondo della carrozza con due cani al seguito. Avverto istintivamente un moto di fastidio, mi disturba quella sigaretta, soprattutto la mancanza di rispetto delle regole. Osservo silenzioso, per qualche attimo, il nuovo passeggero che emette costanti colpi di tosse, indicatore di antico e radicato malessere. Allora il mio sguardo scivola verso il basso, indugia sui suoi cani, e mi soffermo su uno di essi, accucciato nella corsia centrale vicino al suo padrone: ha occhi dolci, un atteggiamento mansueto, il suo sguardo esplora con insistenza lo spazio circostante per ricadere, al termine di ogni ispezione, sul suo amico e custode, quasi fosse alla ricerca di approvazione da parte di colui che ha scelto come suo irrinunziabile punto di riferimento. Rimango colpito da questi semplici gesti, espressione di un legame misterioso tra questi due esseri di differente specie, manifestazione tangibile di quell’amore universale che sovente gli animali riversano sugli umani, sentimento che corre lungo un filo invisibile, sospeso nel vuoto, dove spesso aleggia l’essenza di storie e esperienze comuni, quali sofferenza e tribolazione come pare emergere in questo caso.

Giunto alla mia fermata, mi avvio verso la magione dove mi attende la cena, una lauta cena, e avvolto nella penombra della sera, con le mani in tasca e la testa incassata tra le spalle, perso nei miei pensieri, vedo il tram che sfila al mio fianco, intravedo al di là del finestrino la sagoma del clochard che sfuma lentamente fino a scomparire dal campo visivo. Mi soffermo su questo incontro, a siffatto frangente che mi ha suscitato sensazioni contrastanti, amplificate della condizione di vita nella quale questo essere umano si trova, che sia per scelta o costrizione poco importa, ma che lo pone ai margini, se non oltre, della cosiddetta società civile. Uno stato, questo, che gli consente ampi spazi di libertà, di andare oltre le usuali convenzioni comportamentali, perché non ha nulla da perdere e, non avendo proprio nulla, niente può essergli tolto. Divagando nella palude della mente avverto un senso diffuso di vergogna, frutto della iniziale insofferenza nei confronti di questo essere umano che merita pari dignità a qualsivoglia suo consimile, proprio quella dignità che il suo fedele compagno quadrupede gli riconosce senza riserve.

Un altro anno volge al termine, un momento che dovrebbe favorire la riflessione sul cammino sin qui intrapreso e proiettare la mente verso l’imminente futuro. Tempo in cui la consuetudine ci induce a formulare degli auguri, più delle volte dettati dalla formalità richiesta dalla circostanza, ma scarni di contenuto e significato. Comportamenti fedeli all’ambiguità e agli stereotipi di cui siamo ormai permeati, fondamenta di quegli steccati sempre più spesso insormontabili – se non invalicabili – che rendono difficile il dialogo e l’accettazione del diverso.

Auguri, amici miei, con immutata speranza. (TB)

By | 2017-09-22T16:04:43+00:00 dicembre 31st, 2015|2015|0 Comments